Alla fine dell’Ottocento la società italiana era ancora in
gran parte povera e arretrata. La maggioranza della popolazione viveva nelle
campagne, ed era soggetta a malattie tipiche della miseria e della
malnutrizione, come la malaria nel sud e la pellagra nel Nord. Nelle città, i
quartieri popolari erano flagellati dal
colera e dalla tubercolosi, a causa delle pessime condizioni
igienico-sanitarie. La mortalità, soprattutto infantile, era ancora molto alta,
anche se in lieve calo: negli anni ’80 dell’Ottocento il 20% dei nati moriva
nel primo anno di vita, a fine secolo il 17%. Per effetto di questo lieve calo
della mortalità, e di un’alta natalità (circa quattro figli per donna, in media),
la popolazione cresceva a ritmi piuttosto intensi: dal 1870 al 1900, gli
italiani erano passati da 28 a 34 milioni. Ma il sistema produttivo non
riusciva ad assorbire questa forza-lavoro in aumento. Più della metà degli
occupati lavorava in agricoltura, e le poche industrie non riuscivano ad
assorbire l’eccedenza di manodopera delle campagne. Questa disoccupazione, per
la verità, non era dovuta soltanto alla crescita demografica: nel Sud dipendeva dal fatto che i proprietari
lasciavano in gran parte incolte le loro immense proprietà terriere, i
latifondi; nel Nord, in particolare nelle zone irrigue della pianura padana, ad
alimentare la disoccupazione era, all’opposto, lo sviluppo di una moderna
agricoltura capitalistica, basata sull’impiego di macchinari agricoli e sul
lavoro salariato dei braccianti. L’unico sbocco per le masse rurali senza
lavoro fu l’emigrazione verso l’Europa del Nord e, sempre di più, verso le
Americhe. Nell’ultimo decennio dell’Ottocento partivano dall’Italia 300.000
emigranti all’anno, un numero che non aveva eguali in Europa.
Dunque, il sistema produttivo italiano non riusciva ad
assorbire tutta la popolazione lavorativa. Allo stesso modo, il sistema
politico rappresentava solo una parte ristretta della società. Nel quarantennio
dopo l’unità (1861), la classe dirigente liberale era stata soprattutto
l’espressione dei proprietari agrari, e aveva fatto ben poco per coinvolgere
politicamente le masse popolari. Per effetto del suffragio ristretto e del
forte astensionismo, i votanti erano piccole minoranze: ad esempio, alle
elezioni del 1900 si astenne il 42% degli aventi diritto, e votarono in tutto
1.310.000 persone. Questo favoriva il predominio dei notabili locali, i personaggi altolocati e influenti che con le
loro reti clientelari potevano facilmente controllare i pochi elettori del
proprio collegio.
I primi tentativi di costruire moderne organizzazioni
politiche e sindacali, avviati dai socialisti e dai cattolici negli anni ’90
dell’Ottocento, erano stati duramente ostacolati dai provvedimenti repressivi
di Francesco Crispi, e poi dalla svolta autoritaria dei governi di fine secolo.
All’inizio del Novecento questa situazione cambiò, almeno
in alcune parti del paese, per il concorso di tre principali fattori: 1) il decollo industriale; 2) il
nuovo indirizzo politico assunto dal governo di Giovanni Giolitti; 3) l’ingresso sulla scena politica e sociale
di movimenti collettivi di diverso orientamento: i socialisti e i cattolici.
ATTIVITA'
Giovanni Giolitti è personalità complessa, su cui il giudizio dei contemporanei e degli studiosi fa registrare forti divergenze. Perché la satira coeva l'ha definito come Giano bifronte (dal nome del Dio romano dalla doppia faccia)?
